Mamma

La sua foto.
Fra le tante, ne conservo una in particolare.
Non che sia bella o particolare o rappresentativa di un momento solenne.
No, nulla di tutto questo, vi assicuro.
Nessuna solennità neppure nel modo di custodirla, no, neanche questo. In molti, per esempio, conservano la foto dei propri affetti nel portafoglio.
Niente poesia in questo caso, più che altro qualcosa di tecnologico, nella sua accezione più asettica.
E’ una foto fatta con lo smartphone e, in seno ad esso, decisi di utilizzarla come immagine che compare quando mi chiama.

Quale poesia in questa decisione? Nessuna, davvero nessuna.
La scattai quasi per gioco, o per un diletto stupido, infantile.
Sul momento me ne dimenticai, fino all’istante della sua prima telefonata.
Ed ecco che comparve la sua immagine, inaspettata.
Risi in quel momento, risi fra me e me, me ne beai, nel modo in cui ci si può divertire per una sciocchezza commessa.
Poi capitò, e capitò ancora.
Ci sentiamo nella quotidianità, è chiaro.
Ogni volta, ad ogni chiamata, la sua immagine, il suo modo di essere immortalato in quel frangente, davanti i miei occhi.

Divenne una sensazione, una percezione diversa, antica, che riemergeva nella mente, nel cuore, tanto quello sfondo fatto di pixel era assurdo.
In mezzo alla frenesia quotidiana, eccola, la sua voce e la sua immagine e, più di questo, come riemergente da chissà quale luogo dimenticato, la sua persona.

Viviamo lontani.
Viviamo lontani l’uno dall’altro, da quattro anni ormai.
La scelta fu mia, probabilmente lei la subì.
Ne rimasi stupito all’inizio, anzi, diciamo che mi stupì la sua caparbietà, la sua forza, la sua incrollabile determinazione nonostante il cambiamento.
“Non conosciamo mai in anticipo le modalità in cui si declina una vita, la nostra vita” mi dissi, ne sono convinto come lo fui allora.
Ma ancora oggi mi chiedo, mi domando quale sia quel filo, quell’ardore che la portò a schierarsi con me, ad aderire alla mia scelta.

Me ne andai via, lontano da lei, io, suo appiglio in questa vita, sua ragione di esistere, così volli, così voglio, e lei lo accettò, adattò il suo radicalismo e andò avanti, di fianco a me, lontana, eppure, a suo modo, nel suo unico modo possibile, mi rimase vicino, nel mare dell’esistenza, ancora a remare, con ancora maggiore determinazione.
Non mi guardai indietro, non lo faccio neppure adesso, avanti, si guarda avanti, incontro al destino, al proprio, trascinando titanicamente tutto ciò che esiste per noi, avanti, instancabilmente determinati verso quella che è la nostra ragione, il nostro perché.

Lei lo capì.
“Te ne vai lontano un’altra volta?” mi disse.
“Si, l’ultima, per sempre” risposi.
Non grandi parole, né gesta dall’alto valore simbolico, non serve.

La sua è una esistenza semplice, pensieri essenziali, spesso limitati alla sopravvivenza.
“Cosa ha fatto oggi? Che novità?”
“Sono sveglia dalle sei, anche se mi sono alzata alle sei e mezza, mi sono messa a stirare perché di mattina sono più fresca, poi ho bagnato un pezzo di pane nel thé” mi risponde spesso, e senza rendersi conto che è la risposta uguale, identica, che mi diede il giorno prima e il giorno prima ancora.
Frasi consuete, preoccupazioni limitate a ciò che accadrà a breve, una visione dello scorrere del tempo diverso dal mio, la sua giornata lunga, fatta di spazi ed attese, quando la mia settimana è percepita come lo scorrere di un unico giorno.
“Non chiami da due giorni” mi dice, a volte, con tono offeso, ed io con sincera, candida spontaneità mi sto a chiedere che giorno sia, come se l’avessi chiamata la mattina stessa ed era quella di un pò di giorni prima.

Ma quale è il suo desiderio, a cosa tende la sua vita, oggi, quali gli obiettivi, di che speranze si alimenta? Questo mi domando.
Mi pongo nella sua esistenza, la scorro, la snocciolo come fosse un rosario fra le dita, fra le dita della mia memoria se mai essa potesse averle.
Mi chiedo quanto si guardi indietro, lei, io che non lo faccio, quanto abbia da visionare nella sua memoria, cosa si rimproveri, quanto gioisca e di cosa poi, dato che siamo tutti, tutti quanti a lamentarci del tempo, del governo, della società, del vicino maleducato.

Il tempo.
Il futuro, il passato, l’oggi.
No, non è questo il punto.
Il futuro, come tutti, anche lei guarda avanti, anche lei vede ed aspira a qualcosa, no, non si è mai soddisfatti, tutti vogliamo qualcosa di più, più di quello che abbiamo avuto, un riscatto maggiore, un premio forse, la compensazione di ogni giusto sacrificio.

“No”, mi dico, “L’esistenza non ha previsto una buonuscita”.
Sono disfattista, ingiustamente disfattista, ma non glielo dico.
Fra me e lei, chissà, la più realista è lei, testarda, caparbia ma anche testarda, cambierebbe una sacra verità, pur di non ammettere un suo errore.

La sua immagine.
Forse non stavo più a guardarla anche quando la vedo di presenza.
Forse ho smesso di ascoltarla, me ne rimprovero, ammetto le mie distrazioni, ammetto il mio presuntuoso atteggiamento, come se appartenesse ad un passato, come se nella mia vita non ci fosse.
Abbasso il telefonino, allontano i suoi racconti, ma c’è quella stupida immagine, quel suo viso, la sua presenza mai arrendevole, no, oggi è lei che sceglie, come scelsi io, è lei che c’è e ci sarà sempre, se lo sarà detto, fra sé e sé, chissà, se lo ripeterà, incazzata, o saggia, se lo impone, al di là del tempo, del mio tempo che scorre, che sfugge, al di là del suo che passa.
E’ lo stesso tempo, gli stessi istanti, vissuti a velocità diverse, densità esistenziali, consistenze di vita, percepite, chissà, con diversa irruenza, inseguire, cercare un sogno, o lasciarsi raggiungere dal destino, ciascuno dal suo, che, come un’ombra segue silenzioso l’incedere nel percorso della vita.

“Tuo figlio” mi dice, “Tuo figlio è qui, ma non parla; gioca, parla con gli amici ma a me a malapena mi ha salutato quando è arrivato”.
“Ha già un dialogo in più”, mi dico, quasi la invidio.
Gli scrivo, gli mando messaggi, da lontano, ed i suoi monosillabi mi richiamano il sistema binario, il suo linguaggio, fatto di soli “si” e “no” mi catapultano su una linea sottile, di qua la salvezza, di là il dirupo.

Le bugie.
Non ricordo me ne abbia mai dette, sempre la verità su ciò che le accade, su ciò che riguardava il suo passato, anche nei casi di frivolezze ed avances poco ortodosse.
Oggi, qualcuna me la dice.
Non su di lei, ha sempre posto la sua vita nelle mie mani, mai una menzogna in questo.
Coperture, più che altro sono coperture, il suo amore si è diviso.
Esisto io, esistono i suoi nipoti.
Vincono loro, ed è quello che voglio anch’io.

“Non verrò più a trovarti, sono stanca” mi dice.
“Non è vero” le rispondo di slancio, senza troppa enfasi.
Accadrà, un giorno accadrà, non so proprio quando, ma mi preparo, mi ha preparato anche lei, già da tempo, mi insegnò parecchio tempo fa.
Me ne ricordo quasi con una punta di cinismo, una corazza forse, “Chissà, servirà a dare un inizio ma anche una fine, a ricordare un mondo ben definito, senza più sorprese, senza più nulla di nuovo in quel contenitore”, mi dico, ma lo so, so già che è una esuberanza di pensiero che pagherò a caro prezzo un giorno di questi.

Stupido, mi sento stupido a volte, o incapace, inadatto ad afferrare ogni aspetto, ciascuna consistenza, mi abbandono, quasi privo di quella capacità umana, consapevole, un sforzo di consapevolezza, di non avere ancora, nonostante le mie quasi cinque decadi, il cuore abbastanza grande per accogliere, contenere tutti quei sentimenti che legano un figlio ad una madre.

Gli acciacchi, la tua esistenza, i tuoi ragionamenti poco articolati, tuo marito, mio padre, ti rese vedova, me orfano.
Ed io, invertendo i ruoli, ti resi orfana di figlio, lontano da te.

Guardo quell’immagine, quella che scattai per gioco.
ti ho voluta ritrarre mentre dormivi, con la testa all’indietro, sul divano.
Sei diventata più piccola, più bassa, il tuo corpo si è rattrappito.

Ma no, il tuo cuore, no, quello, è vero, è un contenitore che non incontra limiti.
Tu sei madre, tu testarda, non smetti, sei madre, nonostante me.

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