Sapori e orrori

Ci mettiamo su strada, uno stivale da attraversare da punta a punta nel primo giorno dell’anno.

Scivoliamo bene all’inizio, autostrada deserta. Da due angoli del triangolo siciliano in un tempo record, poi la buona sorpresa del nuovo traghetto “Elio” silenzioso e siamo sulla punta di questa scarpa col tacco.

Maciniamo altri chilometri, guida lei, tocca a me spulciare il punto del pit stop.

Poca strada e ci inerpichiamo su Atena Lucana per riposare all’Hotel Villa Torre Antica, una magnifica torre settecentesca restaurata che domina il Vallo di Diano. Non chiedo al telefono, ma ci preparano una camera con la vista che domina questo luogo spettacolare. Mi stupisco di ciò che dovrebbe essere comune: la gentilezza e l’ospitalità. Ci aspettano, si preoccupano che la stanza sia calda: fuori ci accoglie uno grandioso Babbo Natale con la sua slitta e tanto di albero illuminato con musiche a tema. Mi stupisco ancora piacevolmente: ci accompagnano fino alla stanza, privilegio che credevo dimenticato nel terzo millennio. Ci risvegliamo dopo un buon ristoro e le buone sorprese continuano. Avevo visto le foto interne ed ero rimasto colpito di un tavolo tondo in una particolare nicchia con vista sul Vallo. Ancora una volta non c’è bisogno di chiedere: loro l’avevano già previsto per noi. Dobbiamo ripartire, sarà una colazione veloce. C’è Gerry che prepara il tutto. Scambia qualche discorso da inizio anno con due avventori locali dietro il rito di un buon caffè italiano. Mi sembra quasi di vedere personaggi da romanzo di Ammaniti, dialoghi semplici, come sarà quest’anno in questa Italia abbandonata da tutti, alla mercé di tutti.

Chi può dirlo. La fattura elettronica, un paese invaso, in Slovacchia se la passano meglio. Ammiro quell’immensa distesa, Gerry mi riporta alla loro realtà, alle battaglie per mantenerla agricola, per evitare le estrazioni di gas.

Buona gente, ritorneremo senz’altro.

Riprendiamo la rotta, siamo due navigatori su un mare d’asfalto. Impattiamo sulle code autostradali. Comincia l’orrore. Avanziamo lenti e arriva l’ora di pranzo. Ebbri dalla buona umanità incontrata, boicottiamo l’anonimato degli autogrill. Decidiamo per un luogo che m’incuriosisce. Siamo a Magliano Sabina e voglio andare a scoprire com’è quest’Osteria dello Zio Lillo. Altra salita, altro stupore. Parcheggiamo e facciamo qualche passo a piedi. Riscopriamo come sia normale che la gente ci saluti. Arriviamo in questo luogo che mi appariva mitico e che si dimostra tale, senza far nulla di particolare. Mi inebrio delle foto d’epoca, una donna, un bambino, persone che hanno vissuto e che mi parlano da un tempo lontano. Mi stupisce un manifesto di Nicola Arigliano e il sottofondo jazz che da l’anima alle pareti. Un trionfo di gusti, bruschette al lardo, altre gentilmente offerte con quel filo genuino di olio delle nostre terre e mi lascio andare ai tagliolini al lardo e mentuccia. Leggo la storia di quest’uomo che da il nome al locale, un uomo della nostra terra, una storia di emigrazione in Brasile, una saggezza che non necessita di filosofie. Stiamo per pagare e noto il logo del locale: sullo sfondo dei colori della bandiera del Brasile, una forchetta su un piatto posizionate ad evocare una chitarra. Il titolare ama la musica mi si dice. Usciamo contenti, ho conosciuto un pezzo di storia di questo paese, non di quella che si legge sui libri, piuttosto di quella scolpita sulla pelle delle persone vere.

Riprendiamo la strada, altra coda, altre ore interminabili di coda. Giunti a Reggio Emilia, io febbricitante, ci fermiamo ancora, non riusciamo ad arrivare a casa. Altro pit stop, domani altri duecento chilometri ma dritti al lavoro.

Ci auguriamo autostrade libere. Invece no. Sull’altra corsia un mega incidente per attraversamento cinghiali.

Tanti sapori umani ma anche altrettanto orrore. Sempre umano, non è colpa dei cinghiali, ma di chi non ha fatto predisporre le giuste reti attorno ad ogni autostrada.

Rosario Galatioto

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