La prigione del dolore muto

Rabbia. Chi non la prova. È un moto che spinge a buttare via tutto, il negativo che ingloba ogni positivo attorno. Siamo nell’era del “non conviene più”, tutto quanto marcia sulla base di un valore o di un prezzo. Rottamare è diventato sinonimo di rinnovamento, se qualcosa non funziona più la butto via. Prendendoci la mano, si buttano via anche i rapporti, si tengono alla larga le sofferenze, si perde lo sguardo sulle notizie perché la cronaca è drammatica. L’errore, la fragilità, il dolore si anestetizzano semplicemente andando “oltre”. Mai più “attraverso”. Tutto più rapido, non si sana ciò che si crepa. Semplicemente si sostituisce, si azzera. E’ la politica degli zuccheri, energia subito, corto circuito sui pensieri. C’è invece il tempo del dolore che, come mi ha ricordato qualcuno oggi, va abitato. Cercarne il senso non è facile, si frappone anche l’orgoglio, o tutti i moti umani che fanno il tifo per l’effetto “gomma per cancellare”. L’educazione al dolore è come soppressa, la volontà di vivere il tempo della sofferenza appare quasi come un prestare il fianco, toglie quella patina al proprio tronfio splendore. Il dolore non è da selfie, quando invece la bellezza dell’umano, la vera autentica bellezza passa proprio da quell’unicità. La cultura del nascondere la tristezza ha omologato tutti quanti. Stessi canoni, stesse pose. Chi soffre lo esprime in un modo unico e quel viso è semplicemente testimonianza del vero.

Ma il dolore diventa anche il baratro del suono, non si ascolta, non si vuol sentire, non si parla. Chi valica la soglia della tristezza si isola. Qui interviene il coraggio dei veri prodi, il vicendevole coraggio. Da un lato la capacità del sofferente di gridare, di invocare l’aiuto, dall’altro quello di chi sta accanto, la capacità di dare e dire, riempire quel baratro con le parole per far ritornare in superficie chi sprofonda.

Gridare è semplicemente l’atto dei vivi.

Sono stato arrabbiato. Davvero molto. Non importa adesso per cosa. Chi condivide con me tutto, ha condiviso anche questo. Anche l’attesa, il tempo di questo dolore. La guarigione o la via d’uscita non è la parola “fine”, quel tasto è a nostra disposizione per la piena manifestazione del libero arbitrio. Quel tasto è lì per misurare il coraggio di non usarlo mai.

 Pertanto, per tutti quanti, la dedica del più grande grido di dolore,

“Eloì, Eloì, Lamà sabactàni?”, attraverso il grido rock dei System of a down con “Chop Suey”.

Rosario Galatioto

 

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